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Domenica delle Palme e della Passione del Signore
Data pubblicazione : 13/04/2019
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Per questa Domenica delle Palme ci limitiamo a presentare alcune riflessioni sul Vangelo dell’Ingresso in Gerusalemme. Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme sta per giungere al termine. Dopo Gerico appaiono le ultime due tappe: Betfage e Betania. E qui si svolge un’azione dal profondo significato simbolico, capace come le azioni profetiche di interpellare i destinatari del messaggio.

Domenica delle Palme e della Passione del Signore

 

Contemplare il volto sofferente”

 

 

In ascolto della Parola Lc 22,14-23,56

 

 

Per questa Domenica delle Palme ci limitiamo a presentare alcune riflessioni sul Vangelo dell’Ingresso in Gerusalemme.

Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme sta per giungere al termine. Dopo Gerico appaiono le ultime due tappe: Betfage e Betania. E qui si svolge un’azione dal profondo significato simbolico, capace come le azioni profetiche di interpellare i destinatari del messaggio. Gesù manda due suoi discepoli a prendere un puledro, mai usato, per poter entrare in Gerusalemme su di esso.

Con la tecnica letteraria di “mandato-esecuzione”, ci viene sostanzialmente esposto per due volte il motivo portante dell’episodio: la regalità mite e pacifica di Gesù come regalità contestata e rifiutata.

Ma domandiamoci cosa vi sia di importante in un fatto abbastanza banale: che Gesù entri in Gerusalemme su un puledro d’asina (cfr Mt 21,2; Mc 11,2) che è stato preso in prestito. Matteo riporta per illuminare l’episodio la profezia di Zc 9,9: “Dite alla figlia di Sion: ecco il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina”. Marco e Luca lasciano al lettore intuire il senso del gesto. Il puledro d’asina nei tempi antichi d’Israele era cavalcatura dei principi, dei re. Gesù afferma così di essere veramente re, di volere entrare nella sua città per portarvi la sua regalità. Il cavallo invece rappresenta l’animale per la guerra, espressione di un potere-forza e non di pace-mitezza. Gesù vuol qualificare il suo potere come un potere ottenuto attraverso la mitezza, e in ultima analisi attraverso il servizio e il dono di sé. Questo re che entra in Gerusalemme non la conquista con il fragore delle armi, ma è un re giusto e mite la cui umiltà conquisterà i popoli.

È inoltre paradossale che colui che entra in Gerusalemme come re non abbia neppure un asino, ma lo debba chiedere in prestito. Ancora una volta è simbolizzato lo stile e la natura del potere di Gesù: è il potere di uno che si fa povero per noi perché noi abbiamo a diventare ricchi per lui. D’altra parte la sua parola è sovrana ed è sulla forza di questa parola che i due discepoli inviati potranno dire al padrone del puledro: “Il Signore ne ha bisogno!”. È davvero sconcertante un Signore che ha bisogno! Ma anche questo particolare ci aiuta a vedere in Gesù il servo umiliato che si prepara a soffrire la violenza che egli rifiuta. La sua intronizzazione regale vera e propria è ormai vicina e dal trono della croce diventerà pienamente il principe della pace.

L’ingresso in Gerusalemme ricorda da vicino il salmo pasquale, il grande Hallel, il Sal 118, dove un re scampato a morte per l’aiuto di Dio si presenta in festa al tempio del Signore.

La gioia dei discepoli (19,37) di Gesù, che lo accompagnano in corteo, richiama quella di Zaccheo (19,6); essa è motivata dall’avere intuito la portata regale del gesto di Gesù. Per questo lo si fa sedere, lo si intronizza, si mettono mantelli come tappeti davanti alla sua cavalcatura.

La gioia dei discepoli contrasta con la reazione incredula ed irata dei farisei. Essi vorrebbero che Gesù rimproverasse i suoi discepoli. Si sono scandalizzati per il riconoscimento di Gesù Messia, implicato da queste lodi. Ma l’obiettivo vero delle loro critiche non sono i discepoli, ma Gesù di cui contestano la pretesa regalità. Dal contesto evangelico essi risultano simili a coloro che prima lo avevano criticato per essere andato da Zaccheo o che sgridavano il cieco di Gerico; si sono in definitiva i concittadini dell’uomo di nobile stirpe della parabola delle mine (Lc 1 9,11-28).

La risposta di Gesù denuncia la loro incredulità: è impossibile far tacere il grido delle pietre. Questa immagine richiama le pietre che potrebbero diventare “figli di Abramo” (Lc 3,8), ma forse richiama anche le pietre delle rovine di Gerusalemme che daranno in certo qual modo testimonianza a Gesù.

Si ricordi inoltre che proprio il Salmo 118, che fa da sfondo al racconto dell’ingresso in Gerusalemme, parla di una “pietra scartata dai costruttori che è diventata testata d’angolo”. Il Regno che Gesù viene a portare non è un accadere all’interno di una serie di condizioni oggettive, non ha dimensione mondana, pur essendo concretissimo, ma è un regno che si pone come appello alla nostra libertà, che implica l’apertura della fede o lo scandalo dell’incredulità. Gesù sarà un Re contestato fino alla morte!

 

 

 

 

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