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V domenica di Quaresima
Data pubblicazione : 03/04/2019
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Cristo, lo sguardo buono che comprende e perdona

Dopo la sorprendente risposta Gesù continua a scarabocchiare lasciando ognuno con la sua coscienza. E tutti, dai più anziani (per età, ma forse anche perché “giudici”), fino ai più giovani, si allontanano. Gesù rimane in tal modo solo con la donna; non la condanna, non la giudica, ma la perdona e le dà fiducia.

7 aprile 2019 - V domenica di Quaresima

 

Cristo, lo sguardo

buono che comprende e perdona

 

 

Prima letturaIs 43,16-21

Questa prima lettura ci mette sotto gli occhi le novità dell’agire di Dio. L’inno si apre con un quadro che rievoca il passato, la grandiosa liberazione dall’Egitto. Il rischio del popolo ora esule a Babilonia è però di rifu­giarsi in questo passato in modo nostalgico, consapevole che i bei tempi passati non tornano più, ripiegato sul proprio dolore e sulla desolazione del proprio presente.

È esattamente questo l’atteggiamento che il profeta vuole scalfire, ricordando che il Dio dell’esodo, il Dio che liberò il popolo dall’Egitto è capace di un esodo ancora più grande. Il Dio che creò il mondo è capace di plasmare un uomo nuovo.

Il popolo, infatti, è duplicemente attanagliato dal passato; per quanto lo riguarda, un passato di peccato in cui l’azione salvifica di Dio è considerata ormai come un capitolo chiuso, non più attuale. Si annuncia allora una novità che sta già ora germogliando, il che significa che tra breve essa potrà essere vista dallo stesso Israele. Per comunicare ai suoi ascoltatori la novità dell’intervento di Dio, che supera il precedente, il Deutero-Isaia ce­lebra un esodo da Babilonia che passa attraverso un deserto ormai fiorito, caratterizzato da abbondanza di ac­qua. Israele deve essere quindi scosso e liberato da una fede che pretende di sapere già tutto sull’opera di Dio e quindi sulle possibilità di Dio.

Allora la nuova azione di Dio, il nuovo esodo, sfocerà nella lode, nel canto dei salvati: “Il popolo che io ho plasmato per me, celebrerà le mie lodi”. Il Deutero-Isaia annuncia che la storia proseguirà. La lode narrativa acquista senso soltanto se la storia continua; ci sono ancora quelli ai quali si racconta la meravigliosa azione di Dio e ai quali si deve insegnare che Dio è capace di fare sempre cose nuove.

 

Seconda letturaFil 3,8-14

Abbiamo qui uno dei testi in cui Paolo solleva il velo sulla sua vita passata, in particolare sul grande cam­biamento intervenuto in lui con la conversione di Damasco. La liturgia ci fa iniziare la lettura al v. 8, ma sa­rebbe necessario incominciare qualche versetto prima per una comprensione più piena del suo pensiero.

Lì veniamo informati sulla situazione spirituale di Paolo prima della conversione: Cristo lo ha raggiunto non in un momento di crisi religiosa o di altro tipo, ma in un momento in cui si sentiva pienamente sicuro di sé, attaccato ai valori tipici di un buon ebreo perfettamente a posto dal punto vista etnico, religioso e morale. Solo con la scoperta di Gesù che lo afferra improvvisamente percepisce che cosa c’era di sbagliato in questa sua fiera irreprensibilità nella vita ebraica: al centro di tutto c’era la “sua” giustizia, non la giustizia “donata” per la fede. Senza quella illuminazione di grazia, Paolo non avrebbe mai accettato di aver bisogno di perdere questi titoli di gloria umana e questa confidenza nelle proprie autorealizzazioni, per guadagnare Cristo.

La svolta è segnata dall’incontro di Damasco: questo non porta un nuovo tipo di obbedienza alla legge, ma­gari più intenso, ma consiste in un’illuminazione per la quale Cristo viene posto al centro della sua ricerca e quei titoli di gloria perdono il loro splendore (v. 7).

E se molte cose dovevano presentarsi però negli anni seguenti, davanti ad esse Paolo dovrà rinnovare ogni volta la decisione di Damasco, cioè cercare solo la “conoscenza di Gesù”.

Conoscere Cristo significa più esattamente lasciar agire la potenza santificatrice della sua risurrezione, per­ciò esser trasformati in lui, conformandosi alla sua morte e alla sua vita. Non è un caso che ricorra qui l’e­spressione piuttosto rara “mio Signore”, che è la formula di alleanza, ma applicata eccezionalmente al singolo nel suo rapporto con Gesù.

Il cristiano, come Paolo, continua così ad essere in corsa ma una corsa singolare, perché in fondo la meta è già stata raggiunta, anzi è già stata donata: “fui afferrato da Cristo”. È significativo però che mentre l’azione di Cristo è all’indicativo passato (un fatto certo: fui afferrato), l’esito dell’impegno di Paolo è in forma ancora dubitativa: “mi sforzo per afferrarlo”. Secondo l’esortazione evangelica di non volgersi indietro dopo aver posto mano all’aratro, non si deve più guardare al passato, ma solo al futuro. L’unica cosa che conta del pas­sato è l’incontro con Cristo, ma questo non è una realtà “passata”, perché continua ad animare il presente e fa tendere verso la piena realizzazione di esso, nella “chiamata di lassù”.

 

Vangelo Gv 8,1-11

Il testo è una bella unità letteraria; vi è un quadro generale in cui viene presentato Gesù, entrano poi in scena altri attori come gli scribi e i farisei che conducono la donna sorpresa in adulterio (v. 3); segue la domanda po­sta da Gesù e l’osservazione che l’evangelista fa sullo scopo di questa domanda. La risposta di Gesù agli scribi e ai farisei è preceduta e seguita dal gesto di Gesù che scrive per terra. A questo punto escono di scena gli scribi e i farisei e rimangono soli Gesù e l’adultera. Vi è allora lo splendido e sintetico dialogo che termina con una parola di perdono e di ammonimento.

Il testo è costituito da due nuclei di interesse: il primo con al centro la saggia ri­sposta di Gesù al trabocchetto preparatogli dai suoi avversari: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei” (v. 7). Il secondo nucleo è costituito dal perdono accordato alla peccatrice.

Gesù è presentato nell’atto di ammaestrare il popolo nel tempio (v. 2). È un Gesù che prodiga la sua pa­rola al popolo, ai poveri che sono veramente aperti alla parola di Dio, in contrasto con gli scribi che mostre­ranno nella scena successiva di non essere in sincera ricerca della parola di Dio.

La domanda insidiosa che gli scribi e i farisei pongono a Gesù pone costui nel dramma, nella necessità di scegliere tra il rispetto della legge di Mosè (Lv 20,10; Dt 22,22) e la misericordia.

La severità della loro interpretazione della legge mosaica contrasta con quella misericordia che Gesù predica e pratica; ecco quindi l’occasione per i suoi avversari di dimostrare che egli sta dilapidando il bene della legge data da Dio al popolo. La domanda: “Tu che cosa ne dici?” (v. 5) non è mossa da sincerità di cuore, ma dalla volontà di mettere Gesù nell’alternativa fasulla tra il perdono da accordare all’adultera e la trasgressione della legge di Mosè. Gesù si rifiuta invece di giudicare e confonde gli avversari. In questo momento giungiamo al vertice del primo nucleo del brano. Giovanni dice che Gesù, chinatosi, cominciò a scrivere con il dito per terra. Compiendo un tal gesto egli ha voluto rifiutarsi di emettere un giudizio, evadere la domanda insidiosa, in coe­renza con quanto Gv 8,15 dice: “Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno”.

Crediamo che il gesto di Gesù vada quindi interpretato come una sorta di disinteresse per la faccenda, come un astenersi dal prendervi parte. Gesù non ha la missione di applicare la legge di Mosè, ma di annunziare la misericordia di Dio. Ma, dato che i suoi nemici si ostinano nella loro accusa e lo vogliono coinvolgere, egli si sente obbligato a pronunciare una parola, non nei confronti della donna, ma nei loro confronti (v. 7).

E così Gesù non si lascia trascinare nella trappola pericolosa, ma ribalta la situazione con una mossa che in realtà è una parabola, la quale illustra gli effetti perversi della colpa e dell’accusa e nel contempo offre una via di uscita a tutti coloro che cercano la vita. Il suo fermarsi a scarabocchiare con un atteggiamento pensoso, di­stratto, ma che in realtà crea grande attesa, obbliga ognuno a concentrarsi su quello che si sta vivendo e in questo silenzio imbarazzante a prepararsi a ricevere in modo personale la risposta di Gesù.

La risposta è appunto quella che tutti hanno peccato. È quasi un dire che la legge si ritorce contro gli accusa­tori, i quali sono invitati da Gesù a mettersi al proprio posto di peccatori e a giudicare in primo luogo se stessi. Il miglior commento teologico a questa risposta è quello che troviamo nella grande lettera di Paolo ai Romani: “Giudei e greci, tutti sono sotto il dominio del peccato”; “Sei inescusabile chiunque tu sia, o uomo che giudi­chi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti tu che giudichi fai le medesime cose” (Rm 3,9.23; 2,1).

Dopo la sorprendente risposta Gesù continua a scarabocchiare lasciando ognuno con la sua coscienza. E tutti, dai più anziani (per età, ma forse anche perché “giudici”), fino ai più giovani, si allontanano. Gesù rimane in tal modo solo con la donna; non la condanna, non la giudica, ma la perdona e le dà fiducia. È qui il secondo nucleo del nostro brano ed è esattamente la manifestazione della misericordia di Gesù verso l’adultera. I due rimangono soli, l’uno di fronte all’altro, Gesù e la peccatrice.

Questa donna, tutta sorpresa di ritrovarsi libera, non pensa a scappare, a mettersi in salvo. Non le è sfuggita la bontà di Gesù su di lei e un sentimento nuovo, sconosciuto al suo cuore la trattiene sul posto. C’era stato un lungo e drammatico silenzio nel corso del quale Gesù si era rimesso a scrivere per terra, mentre gli accusatori si erano ritirati lentamente uno dopo l’altro. Ora questo silenzio è rotto dalla domanda di Gesù che oltre ad in­terpretare la situazione, ridona fiducia alla donna.

Nella risposta di questa donna, “nessuno, Signore”, cogliamo tutti i suoi sentimenti di gratitudine, di ab­bandono, di fiducia in quell’uomo. La presenza e le parole di Gesù non possono che procurare a questa donna un sentimento di perdono, un’esperienza profonda della misericordia e così, avendo sgombrato il campo dai suoi nemici, Gesù può ora compiere la sua missione di misericordia verso di lei.

Le sue ultime parole: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”, sono il vertice di que­sta seconda parte della lettura di oggi. Gesù che è il solo esente dal peccato, l’unico che non ha peccato, si ri­fiuta di condannarla, perché egli non è stato inviato nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo attraverso di lui si salvi (cfr. Gv 3,17). Così la parola di Gesù libera questa donna.

Le rivolge, però, anche un avvertimento, nel quale non ammette repliche: “Va’ e d’ora innanzi non peccare più”. Questa donna è invitata quindi a sperimentare il perdono di Gesù e da parte sua un ripudio deciso e fermo del proprio peccato ed è invitata ora ad impegnare la sua libertà, a camminare secondo la grazia che Gesù le ha accordato.

Così la misericordia di Cristo su di lei diventa una forza che si associa alla sua libertà perché essa possa esperimentare un nuovo avvenire.

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