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IV domenica di Quaresima
Data pubblicazione : 31/03/2019
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“Mi alzerò e andrò da mio Padre”

Il brano di Lc 15, è un brano sulla necessità di condividere la gioia del perdono, di assumere atteggiamenti esistenziali conformi a quelli di Dio che attraverso Gesù perdona i peccatori. È questo il problema con cui Gesù ha a che fare: i devoti, i giusti, gli uomini per bene del tempo, non condividono la sua apertura ai peccatori, alle persone religiosamente marginali.

31 marzo 2019 - IV domenica di Quaresima

 

“Mi alzerò e andrò da mio Padre”

 

 

 

Prima lettura   Giosuè 5,9a.10-12  - Salmo 33

La liturgia odierna ci offre un brano tratto dal libro di Giosuè, che costituisce la pagina di apertura della vita di Israele nella terra della promessa e della libertà. Inizia qui una nuova tappa della storia della salvezza: infatti, la Terra promessa ai Padri fin dalla sua chiamata e dall’alleanza con Abramo, passa nelle mani dei discendenti di Abramo. Con l’ingresso nella Terra si chiude anche il momento dell’esodo. Ora il passaggio dalla schiavitù è compiuto; dietro le spalle ci sono i vecchi segni dell’amore di Dio e davanti vi sono quelli nuovi che si incarnano nei doni della terra della promessa.

Tutto l’insieme del brano ci fa capire che il popolo è ormai un popolo consacrato, che ha ricevuto l’assoluzione dei suoi peccati ed è abilitato a dare il vero culto a Dio. Rievocando la celebrazione della Pasqua all’interno della Terra promessa, si stabilisce uno stretto legame tra l’uscita dall’Egitto e l’ingresso nella Terra. Il processo dell’esodo allora non è soltanto la liberazione dall’Egitto, ma è anche il dono della Terra e più profondamente della libertà che in quella terra è significata. Anche il nuovo alimento (il grano), l’alimento che gli offre la terra promessa e non più l’alimento del deserto, la manna evidenzia che si volta una pagina della storia. Le peregrinazioni del deserto si concludono quindi con una festa, la festa di Pasqua, in cui si offrono per la prima volta, ringraziando il Signore, i prodotti della patria promessa. In questo modo inizia una nuova tappa della vita del popolo.

 

Seconda lettura   2 Cor 5,17-21

Paolo ci offre qui una serie di riflessioni sul ministero apostolico, in un brano che è uno dei vertici del suo pensiero: vi si tratta dell’opera di salvezza di Cristo e del servizio che l’apostolo svolge come ministro della Nuova Alleanza e della riconciliazione.

L’affermazione principale sta all’inizio della seconda frase di questa lettura: “Tutto viene da Dio”; e poi continua con due precisazioni sul contenuto di quel “tutto”: Dio “ci ha riconciliato a sé mediante il Cristo” e “ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”.

Paolo ricorre al simbolismo fondamentale del rapporto interpersonale, in termini biblici, il simbolismo dell’alleanza: la salvezza consiste nel fatto che Dio, per sua decisione unilaterale dettata dall’amore, ci accoglie e ci lega a sé come suoi amici, e offre una nuova e definitiva Alleanza quando l’umanità l’ha infranta; il peccato in questa prospettiva è separazione, distanza, inimicizia, rottura, fossato insuperabile alle sole forze umane.

Riconciliazione è l’offerta di amicizia, di intimità, di comunione, di reciprocità, là dove si era realizzata una “rottura”. Dio ci riconcilia a sé con un’opera di ricostruzione o di “re-stituzione” di un’immagine perduta, dimenticata o sfigurata. La rottura del peccato lascia il segno nella vita dell’uomo, e la riconciliazione consisterà nel ricostruire una personalità spezzata e nel rifare un legame lacerato o logorato.

Come dice in apertura la lettura odierna, l’essere in Cristo che ci riconcilia con Dio è un “nuovo atto di creazione” e l’uomo redento è una “nuova creatura”. La creazione dunque viene rinnovata, ma non solo alla fine del mondo; essa è già in atto, anche se la si coglie solo nella fede (cfr. 2Cor 4,6).

Ma come accade la riconciliazione? La rinascita dell’umanità avviene nell’atto di amore di Cristo che porta su di sé il peccato del mondo e nell’atto di amore di Dio che ne ha l’iniziativa.

Nella contemplazione di questo amore, l’uomo percepisce pienamente la gravità di questa separazione o distanza da Dio che è il suo peccato e riceve l’invito a “lasciarsi riconciliare con Dio”.

Per Paolo l’atto con cui Dio riconcilia a sé il mondo in Cristo è contemporaneamente l’atto in cui viene istituito anche il ministero della riconciliazione; non si tratta evidentemente qui soltanto del sacramento della penitenza, ma di tutto il ministero della chiesa che “predica” la riconciliazione.

 

Vangelo    Lc 15,1-3.11-32

Il brano di Lc 15, è un brano sulla necessità di condividere la gioia del perdono, di assumere atteggiamenti esistenziali conformi a quelli di Dio che attraverso Gesù perdona i peccatori. È questo il problema con cui Gesù ha a che fare: i devoti, i giusti, gli uomini per bene del tempo, non condividono la sua apertura ai peccatori, alle persone religiosamente marginali.

Per rispondere a questa mormorazione, Gesù racconta tre parabole: la parabola della pecorella smarrita, della dracma perduta, del figlio che si è allontanato dalla casa del padre. Tutte e tre le realtà che si erano perdute vengono ritrovate, si fa festa per il loro ritrovamento e si invitano gli altri a partecipare alla gioia di chi ha ritrovato quanto aveva perduto.

La parabola inizia con una richiesta assurda del figlio minore; richiesta assurda e cattiva perché secondo il diritto ebraico, il minore non ha diritto all’eredità, e, cosa ancor più grave, pretende l’eredità quando il padre è ancora in vita, cioè vuole la morte del padre. Il padre non obietta nulla, non si aggrappa al suo potere paterno. È forse un’allusione alla libertà che Dio ci lascia di opporci al suo amore, alla libertà di rifiutare la sua volontà senza con questo castigarci o costringerci al suo onnipotente volere?

Il testo narra poi in modo velato, pudico, quello che succede dopo. Luca, il narratore si limita a suggerire, non a denunciare spietatamente come farà il figlio maggiore, parlando del fratello peccatore: “sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”. Pur parlando del peccato, se ne parla in un modo rispettoso, perché quel peccatore è pur sempre il figlio del padre.

Il processo di allontanamento dalla casa paterna, di estraniamento da se stesso, giunge al suo culmine quando dopo avere speso tutto, deve fare il guardiano dei porci di un padrone anonimo di una regione anonima. Ha proprio toccato il fondo. È questa la vicenda del peccato nell’uomo: gli promette un’illusoria felicità, ma alla fine gli porta avvilimento, umiliazione, dolore, morte. Eppure c’è ancora una speranza: in lui la memoria della casa paterna continua ad operare, il ricordo dell’amore di quella casa innesca un processo, un cammino di ritorno, di conversione, di resurrezione: “Allora rientrò in se stesso e disse: “Mi leverò e andrò da mio padre…”.

Il padre lo sta attendendo, forse da molti anni. L’amore per il figlio non è mai scomparso, è per questo che quando è ancora lontano lo sa riconoscere dai suoi passi, dalla sua andatura. Tale è l’intensità dell’amore che nutre per questo figlio sciagurato, che il vecchio padre comincia a correre incontro, per affrettare quell’abbraccio e quel bacio, che sigillano un perdono pieno, una comunione rinnovata che il contatto fisico tra il padre e il figlio esprime magnificamente. Quel figlio per lui rimane figlio; l’anello al dito e il vestito della festa significano che il figlio è reintegrato pienamente in quella casa, che egli gode di nuovo la piena e incondizionata fiducia paterna.

La festa corona questo ritorno a casa del figlio, e soprattutto dice la grandezza della gioia che prova il padre per questo ritorno.

Giungiamo alla parte più dura ed amara della parabola. Il figlio maggiore (figura degli uomini di religione che contestavano a Gesù la sua prassi di perdono) non vuole entrare in casa. La situazione si è rovesciata: il minore è entrato e il maggiore è fuori. Allora il padre esce ancora una volta da casa, e questa volta per “supplicare” il figlio maggiore di entrare.

Egli non perdona al fratello le sue colpe, ma le ricorda spietatamente. Infine egli dichiara di non sentirsi amato in quella casa.

È l’atteggiamento di chi, non volendo perdonare il fratello, non può capire l’amore di Dio. L’accusa che fiorisce sulla sua bocca è il sintomo più chiaro del disagio profondo del suo cuore: chi è spietato nell’accusa in realtà anche psicologicamente maschera la sua colpa e il suo vuoto.

Se il figlio maggiore sia entrato, si sia lasciato convincere dal padre, la parabola non lo dice, perché è una cosa che deve succedere fuori della parabola: sapranno quei farisei e tutti quelli che come loro perseguono la religione del merito, accogliere questo invito di Dio in Gesù, rinunciare alle loro accuse e gioire con Gesù per il perdono?

La storia ci dice che l’espressione accorata del padre (“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita…”) cadde nel vuoto. Guardiamoci altrettanto, fratello o sorella che hai letto fin qui.

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