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I domenica di Quaresima – Anno C
Data pubblicazione : 10/03/2019
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Cristo provato dalla tentazione

Tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) collocano dopo il battesimo di Gesù un periodo di prova e di tentazione grave, conosciuto come le “tentazioni di Gesù”. Tutti e tre gli evangeli sottolineano ancora che è lo stesso Spirito Santo effuso nel Battesimo, a spingere Gesù nel deserto, per esservi tentato dal demonio.

10 marzo 2019 - I domenica di Quaresima – Anno C

 

Cristo provato dalla tentazione

 

Prima lettura             Dt 26,4-10

Questo brano del Deuteronomio è ritenuto comunemente il Credo storico d’Israele che forse si recitava al cospetto del sacerdote mentre si apprestava a fare l’offerta al Dio d’Israele delle primizie dei raccolti. In questa professione di fede viene narrata la storia della salvezza attuata da Dio nei confronti del suo popolo. Tale credo che ha trovato sviluppo nel Pentateuco, costituisce pertanto una sorta di sintesi di quanto leg­giamo in Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio.

 

Seconda lettura          Rm 10,8-13 

Non c’è dubbio che il cuore di questi versetti di Rm 10 sia quello della fede, compreso nel contesto del più vasto tema della giustificazione e della vita in Cristo.

L’apostolo ricorre al bel testo di Dt 30,12-14, che ricordava a Israele il grande privilegio di aver ricevuto una Legge, una parola non inaccessibile né impraticabile, anzi l’unica e vera luce per la vita.

Due sono le trasformazioni principali con cui Paolo accoglie il brano del Deuteronomio: anzitutto quella “parola” resa vicina all’uomo per lui non è più la Legge, ma Gesù Cristo stesso che per il mistero pasquale vive nel nostro cuore apre le labbra a professare la fede.

L’altra variazione rispetto al testo veterotestamentario si ha nel fatto che Paolo, sottolineando la vicinanza della parola alla “bocca” e al “cuore” dell’uomo, fa terminare però la citazione prima che essa parli delle “mani” che devono praticarla: nel contesto della controversia contro l’accentuazione giudaica delle opere umane, è infatti per lui molto importante evidenziare il dono di Dio.

Dio si è avvicinato a noi per sua bontà, e la fede consiste nel riconoscere e accettare con tutto il cuore questo dono fatto a noi nel suo Figlio. La possibilità di credere è offerta a tutti, ed è l’unica condizione richiesta per es­sere giustificati e salvati, e questo sia per i Giudei sia per i Gentili.

Sviluppando il tema della fede, Paolo ricorda gli “organi” della risposta di fede, la bocca e il cuore.

Il cuore inizia il suo cammino di conversione quando viene raggiunto dalla parola della predicazione, che gli annuncia la salvezza. Il cristiano deve quindi legare totalmente il suo cuore a quel saldo fondamento che Dio ha posto al centro dell’esistenza cristiana risuscitando dai morti Gesù o, in altri termini, deve vivere pienamente la vita sotto la Signoria di Cristo. Al cuore che obbedisce corrisponde la bocca che confessa, senza possibilità di scindere le due realtà.

Alla “confessione” di fede Paolo attribuisce un’importanza straordinaria e l’oggetto di essa è espresso spesso con la semplice formula: “Gesù è il Signore”.L’atto del confessare è anzitutto un dire di sì a quanto Dio opera; di per sé, è inoltre un atto ecclesiale, l’adesione a una proclamazione comune che comporta una presa di posizione pubblica, l’impegno della testimonianza.

Infine la confessio fidei contiene sempre la dimensione della “invocazione” del nome del Signore e quella della lode, della esaltazione di colui che dà la salvezza a chiunque la accolga con fede. Egli infatti “è ricco verso tutti quelli che lo invocano”.

All’inizio della Quaresima, siamo fortemente richiamati alla meditazione sulla bontà infinita di Dio, che si avvicina a noi e ci chiede come risposta l’adesione piena della fede e la lode riconoscente per i suoi doni. L’impegno delle opere, richiesto oggi, dovrà quindi nascere come espressione di un cuore che cerca solo lui e come verifica di una “bocca” che solo a lui innalza la confessione di fede.

 

Vangelo                       Lc 4, 1-13

Tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) collocano dopo il battesimo di Gesù un periodo di prova e di tentazione grave, conosciuto come le “tentazioni di Gesù”. Tutti e tre gli evangeli sottolineano ancora che è lo stesso Spirito Santo effuso nel Battesimo, a spingere Gesù nel deserto, per esservi tentato dal demonio. La prima azione della missione di Cristo non è dunque un miracolo, una guarigione fisica, ma la lotta contro il peccato e la vittoria sulla tentazione.

Gli evangelisti vogliono farci cogliere sinteticamente quali sono state le lotte e le scelte che Gesù ha dovuto affron­tare durante tutta la sua vita e in particolare durante la sua Passione (il nesso tra tentazione e Passione è partico­larmente chiaro proprio in Luca). Quanto al contenuto delle tentazioni Matteo e Luca ci offrono solo alcune indicazioni o suggestioni alquanto stilizzate. Inevitabilmente usano una rappresentazione “teatrale”, con alcune scene simboliche e cariche di sug­gestione: un deserto pietroso, una montagna altissima da cui si vede tutto il mondo (è un chiaro scenario da tea­tro!), il pinnacolo del tempio con tutta Gerusalemme ai suoi piedi. Sullo sfondo di queste tre scene si consuma il dramma che in realtà percorrerà l’intera vicenda di Gesù, gli ultimi anni della sua vita.

 

La prima tentazione riguarda il pane. È un tentativo di minare la fiducia in Dio, che è il segreto stesso della vita di Gesù. Un vera fiducia è abbandono confidente alla volontà di Dio e non un piegare la sua grazia alla no­stra volontà, accettando umilmente di essere creature povere, che nel bisogno si lasciano educare dal loro Signore. La tentazione riguarda anche il lavoro: l'autonomia che con esso noi conquistiamo, anche da Dio. Riguarda anche la sessualità che ci rende autonomi, potenti, lontani da Dio e molto legati a noi stessi.

Israele non aveva accettato la manna, perché questo dono lo umiliava, lo faceva essere dipendente da Dio. Eppure soltanto in questa dipendenza “umiliante” da Dio può essere felice. Così scrive il Deuteron.: “Nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti, provarti, e farti felice nel tuo avvenire” (Dt 8,16).

Questa felicità, raggiunta a caro prezzo è strettamente collegata all’aver capito che “l’uomo non vive soltanto di pane, ma vive di quanto esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3). Gesù a differenza del popolo d’Israele, anche nel bisogno estremo confida ancora più nel suo Signore, perché è solo Dio la cosa veramente necessaria.

 

La seconda tentazione riguarda il potere. È una delle seduzioni più gravi che contagiano la persona e la so­cietà. Questa tentazione sarà la più minacciosa anche per i discepoli di Gesù (nell’ultima cena discuteranno an­cora su chi è il più importante!). La tentazione del potere ha minacciato da vicino anche Gesù: si pensi al potere che gli viene offerto dopo la moltiplicazione dei pani, alle richieste che i discepoli gli facevano per quando avrebbe ricevuto il potere del regno. Il potere con la gloria che ne consegue, promette all’uomo felicità, pienezza, successo e in questo sta la sua forza di seduzione. La forma più raffinata della tentazione è "utilizza il tuo potere per ottenere i tuoi fini, soprattutto se questi sono giusti e santi"; è quella del fine che giustifica i mezzi. Non è lecita nessuna forma di potere, nemmeno se i fini sono santi, a meno che non sia veramente e solo un “servizio” e quindi non sia più “potere”.

Visto che il tentativo del demonio è separare Gesù dalla volontà del Padre, Gesù vince questa tentazione nella fede. Credere è riconoscere che il potere spetta solo a Dio, che la gloria appartiene a lui solo. In effetti la vittoria definitiva su questa tentazione avverrà sulla via della croce. Nella debo­lezza e nella morte si manifesta quale sia la vera grandezza dell’uomo e il potere autentico di Dio: il vero potere e la vera gloria sta nel “servire” e nell’amare fino alla morte.

Ancora una volta Gesù, non cade nelle suggestioni del male ed esce vittorioso. Il popolo di Dio invece, ebbro dei suoi successi e delle sue realizzazioni, dimenticò che tutto questo gli veniva da Dio. “Guardati dunque dal pensare: la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore tuo Dio, perché Egli ti dà la forza…” (Dt 8,17-18).

 

La terza tentazione riguarda un facile messianismo. Le prime due tentazioni sono comuni a tutti gli uomini, la terza è invece legata alla missione di Gesù. Il tentatore vorrebbe indurlo a scegliere un messianismo facile, un cammino che non preveda il rifiuto, la sofferenza, la morte, ma solo segni spettacolari, capaci di avvincere la gente, un cammino di trionfo che è in realtà incompatibile con il cammino verso la passione. Gesù non accetta questa suggestione e la smaschera come satanica. Si noti che in Luca è la prima volta che il demonio giunge a tentare Gesù servendosi della parola di Dio! Infatti, abilmente, il tentatore cita il Sal 91,11-12 sulla fiducia in Dio e nella sua protezione. Questo ci dice quanto in realtà questa tentazione era grave, difficile da riconoscersi, per­ché capace di far passare come volontà divina un desiderio puramente umano. E Gesù respinge Satana come colui che vorrebbe mettere alla prova Dio stesso. Ancora una volta Gesù esce vincitore là dove Israele era caduto; dice il Salmo 95: “Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri, mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”. Gesù respinge la tentazione, citando Dt 6,16, e ricorda quanto è stato grande il peccato d’Israele nel deserto, quando tentò Dio costringendolo ad intervenire miracolosamente per dargli cibo e vittoria e potere. Gesù prega il Padre, ma non gli prende il potere, anzi si annulla nella scelta dell’umiliazione, della croce.

 

Luca che ha invertito l’ordine delle tentazioni, mettendo quella del tempio per ultima (ricordiamo che il suo vangelo è un viaggio verso Gerusalemme e la Croce), conclude in questo modo: “Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui, per tornare al momento fissato”.

In realtà il momento della tentazione massima per Gesù saranno i momenti della sua pas­sione. Proprio nel Getsemani, dove il cuore di Gesù è sottoposto alla prova più dura, della fiducia incondizio­nata, dell’accettazione del dolore, della rinuncia ad ogni potere, Gesù attua la sua agonia, nel significato etimo­logico del termine: “battaglia estrema”. E lì si legge la seguente frase, detta a coloro che arrestano Gesù: “Questa è 1a vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53).

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