Parrocchia Sant'Antonio di Padova, Viale Trento 63900 Fermo(FM) Tel 0734/229007 Fax 0734/217143 Email checcomonti@gmail.com

News parrocchiali

GAUDETE ET EXSULTATE: Proposta di una vita santa nella quotidianità
Data pubblicazione : 06/10/2018
Foto sommario

Relazione presentata da don Francesco alla Comunità, alla presenza del Vescovo Rocco

A cinque anni dalla sua elezione papa Francesco ha deciso di pubblicare la sua terza Esortazione apostolica. Essa, come è detto esplicitamente nel sottotitolo, ha come argomento la «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». Il Pontefice lancia un messaggio «nudo», essenziale, che indica ciò che conta, il significato stesso della vita cristiana, che è, nei termini di sant’Ignazio, «cercare e trovare Dio in tutte le cose».

Parrocchia S. Antonio di Padova 8 giugno 2018

Relazione presentata da don Francesco alla Comunità, alla presenza del Vescovo Rocco

 

GAUDETE ET EXSULTATE: PROPOSTA DI UNA VITA SANTA NELLA QUOTIDIANITA’

Struttura e significato della Esortazione apostolica di Papa Francesco

 

A cinque anni dalla sua elezione papa Francesco ha deciso di pubblicare la sua terza Esortazione apostolica dal titolo Gaudete et exsultate (GE). Essa, come è detto esplicitamente nel sottotitolo, ha come argomento la «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». Il Pontefice lancia un messaggio «nudo», essenziale, che indica ciò che conta, il significato stesso della vita cristiana, che è, nei termini di sant’Ignazio, «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Questo è il cuore di ogni riforma, personale ed ecclesiale: mettere al centro Dio.

 

Il cardinale Bergoglio, divenuto papa, ha scelto il nome «Francesco» proprio per questo; come pontefice, ha sposato la missione di Francesco d’Assisi: «ricostruire» la Chiesa nel senso di una riforma spirituale che abbia Dio al centro. Afferma: «Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» (GE 1).

L’Esortazione non vuole essere un «trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione». L’«umile obiettivo» del Papa è quello di «far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (GE 2).

 

Gioia e santità

Iniziando l’analisi di Gaudete et exsultate, consideriamo anzitutto in maniera specifica il titolo. L’appello di Francesco alla santità è aperto dall’invito alla gioia semplice del Vangelo citato all’inizio dell’Esortazione: «Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12). L’invito alla gioia evangelica era risuonato già nella prima Esortazione di Francesco, che aveva per titolo Evangelii gaudium, e così pure nei documenti magisteriali Laudato si’  e  Amoris laetitia, che suscitano la lode e la letizia.

Di quale gioia Francesco sta parlando? Per Bergoglio, la gioia è la «consolazione spirituale» di cui scrive sant’Ignazio, la «gioia interiore che stimola e attrae alle realtà celesti e alla salvezza dell’anima, dandole tranquillità e pace nel suo Creatore e Signore» (Esercizi Spirituali, n. 316). È questo – scriveva l’allora padre Bergoglio – «lo stato abituale di chi riceve la manifestazione di Gesù Cristo con disponibilità e semplicità di cuore». Il cristiano non può avere «faccia da funerale» (EG 10). Il termine gioia (alegría, gozo) è, in generale, uno dei più ricorrenti del vocabolario bergogliano[34].

Ma lo stesso titolo Gaudete et exsultate ricorda immediatamente la Gaudete in Domino (GD), promulgata dal santo Paolo VI il 9 maggio 1975. «Noi – scriveva Montini – possiamo gustare la gioia propriamente spirituale, che è un frutto dello Spirito Santo: essa consiste nel fatto che lo spirito umano trova riposo e un’intima soddisfazione nel possesso di Dio Trinità, conosciuto mediante la fede e amato con la carità che viene da lui. Una tale gioia caratterizza, a partire di qui, tutte le virtù cristiane. Le umili gioie umane, che sono nella nostra vita come i semi di una realtà più alta, vengono trasfigurate» (GD III).

E così pure il discorso di san Giovanni XXIII nella solenne apertura del Concilio Vaticano II Gaudet Mater Ecclesia. A queste pagine sono da aggiungere quelle del documento di Aparecida (2007), che «respira» nelle pagine di Bergoglio. Lì l’appello alla gioia riecheggia circa 60 volte.

Le connessioni della Gaudete et exsultate con gli altri testi magisteriali, ci dicono che l’Esortazione è il frutto maturo di una riflessione che il Papa porta avanti da molto tempo, ed esprime la sua visione della santità intrecciata a quella della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Nel suo insieme il documento comunica una convinzione che egli rivelava tempo fa: «Dobbiamo condurre la fragilità del nostro popolo verso la gioia evangelica, che è la fonte della nostra forza».

 

La Gaudete et exsultate si compone di cinque capitoli. Il punto di partenza è «la chiamata alla santità» rivolta a tutti. Da qui si passa alla chiara individuazione di «due sottili nemici» (cap 2) che tendono a risolvere la santità in forme elitarie, intellettuali o volontaristiche. Quindi (cap 3) si prendono le beatitudini evangeliche come modello positivo di una santità che consiste nel seguire la via «alla luce del Maestro» e non una vaga ideologia religiosa. Si descrivono poi (cap. 4) «alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale»: pazienza e mitezza, umorismo, audacia e fervore, vita comunitaria e preghiera costante. L’Esortazione si conclude con un cap. (cap 5) dedicato alla vita spirituale come «combattimento, vigilanza e discernimento».

 

La «classe media della santità»  -   “La santità della porta accanto”  (n° 7)

La santità è nel cuore del pontificato di Francesco sin dall’inizio. Nell’intervista che ha concesso a La Civiltà Cattolica nell’agosto 2013, cioè a cinque mesi dalla sua elezione, ne aveva parlato a lungo. Conviene adesso rileggerne un passaggio fondamentale: «Io vedo la santità nel popolo di Dio, la sua santità quotidiana». E ancora, più estesamente: «Io vedo la santità nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomonÄ“, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio».

In questa risposta è possibile riconoscere il tono e il significato della Gaudete et exsultate, il suo clima spirituale e la sua applicazione pratica.

La santità va dunque cercata nella vita ordinaria e tra le persone a noi vicine, non in modelli ideali, astratti o sovrumani. «Il cammino della santità è semplice – aveva detto Francesco a Santa Marta, il 24 maggio 2016 –. Non tornare indietro, ma sempre andare avanti. E con fortezza». Si può qui udire con chiarezza la voce del Concilio Vaticano II e, in particolare, della Lumen gentium che nel capitolo V ha parlato della «vocazione universale della santità».

 

Tanto meno essa va ridotta a «una santità di “tintoria”, tutta bella, tutta ben fatta» (Omelia a Santa Marta, 14 ottobre 2013) o a una «finta della santità» (5 marzo 2015). Non bisogna cercare vite perfette senza errori (cfr GE 22), ma persone che, «anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore» (GE 3).

 

Il “genio femminile” – “stili femminili di santità”  (n° 12)   LEGGERE tutto il n° 12

 

Una santità di popolo

Francesco fa comprendere come la santità non sia frutto dell’isolamento.

Essa si vive nel corpo vivo del popolo di Dio. Scriveva in un testo pubblicato nel 1982 l’allora p. Bergoglio: «Siamo stati generati per la santità in un corpo santo: quello della nostra santa madre Chiesa». E, in estrema sintesi, egli afferma che la santità «è la visita di Dio al suo corpo». Scrive nell’Esortazione: «Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (GE 6).

Siamo dunque «circondati da una moltitudine di testimoni», che «ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta» (GE 3). Risuonano qui le parole del Pontefice che avevamo letto in Evangelii gaudium (EG), là dove aveva scritto di una «“mistica” del vivere insieme», di un «mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (EG 87).

Questa esperienza di popolo riguarda non soltanto coloro che abbiamo accanto, ma si fonda su una tradizione vivente che comprende chi ci ha preceduti.

La maggior parte di quegli uomini e di quelle donne non hanno scritto la storia: hanno semplicemente lavorato e attraversato la vita e – poiché si sapevano peccatori – hanno accolto la salvezza nella speranza». E hanno tramandato non soltanto una «dottrina», ma innanzitutto una «testimonianza», e lo hanno fatto «con la semplicità con cui si danno le cose di tutti i giorni».

Proseguiva l’allora p. Bergoglio, citando nuovamente lo scrittore francese che gli è caro: «Non conosciamo i loro nomi, delineano un popolo di credenti, una santità quotidiana: “la classe media della santità”. Nulla sappiamo delle loro piccole storie di giorni e di anni, eppure le loro vite hanno avuto una fioritura rigogliosa nelle nostre: la fragranza della loro santità è giunta fino a noi». Ritroviamo adesso, trent’anni dopo, le stesse espressioni nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate. Esse sono una testimonianza della radice profonda che in Bergoglio ha questa visione della santità.

 

Una santità personale come missione

Quindi, la santità non è l’imitazione di modelli astratti e ideali. I riferimenti della santità ordinaria sono semplici, vicini, popolari: una «santità piccolina».

Tante volte Francesco ha fatto riferimento a Teresa di Lisieux, richiamando la sua via alla santità. Ma la santità è anche legata alla singola persona: la santità è vivere la propria vocazione e missione sulla terra: «Ogni santo è una missione» (GE 19). Anche questo ci viene insegnato dalla piccola Teresa, come il Papa ha avuto modo di dire nell’omelia pronunciata presso la cattedrale dell’Immacolata Concezione di Manila, il 16 gennaio 201. La santità stessa è una missione. Non c’è un ideale astratto. Francesco lo aveva scritto con parole di fuoco in Evangelii gaudium: «Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri» (EG 273). Si tratta dunque di discernere la propria strada, la propria via di santità, quella che permette di dare il meglio di sé, come scrive Francesco ricordando implicitamente la lezione del suo confratello (cfr GE 11).

 

Una santità graduale, complessiva e senza recinti

Francesco in Gaudete et exsultate – raccomanda la gradualità: «Dio non vuole per tutte le anime una eguale perfezione; tanto meno desidera che un’anima giunga d’un colpo a quel grado di santità che può raggiungere. La santità dunque emerge dall’insieme della vita, e non nell’analisi puntigliosa di tutti i particolari delle azioni di una persona. Non c’è una «contabilità» delle virtù. È dall’insieme della vita – a volte fatta anche di contrasti di luci e ombre – che emerge il mistero di una persona in grado di riflettere Gesù Cristo nel mondo di oggi (cfr GE 23). E questo, dunque, si compie «anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi» (GE 24).

Occorre poi sempre considerare adeguatamente i limiti umani, il cammino progressivo di ciascuno, ma anche il grande mistero della grazia che agisce nella vita delle persone. Il santo non è un «superuomo». «E la grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo. Perciò, se rifiutiamo questa modalità storica e progressiva, di fatto possiamo arrivare a negarla e bloccarla, anche se con le nostre parole la esaltiamo» (GE 50).

Anzi, la santità può essere vissuta «anche fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti», nei quali «lo Spirito suscita “segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo”» (GE 9), come scrisse san Giovanni Paolo II.

Dobbiamo dunque cercare il Signore in ogni vita umana, senza «esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri» (GE 43). Ritroviamo qui in poche righe il richiamo – che appare di frequente in Amoris laetitia (AL) (cfr, ad esempio, AL 112; 177; 261; 265; 300; 302; 310) – a evitare l’atteggiamento di essere controllori della vita altrui che porta a un giudizio che è condanna.

Questo è un punto molto importante della prospettiva spirituale di Francesco, che da Ignazio di Loyola ha imparato a «cercare e trovare Dio in tutte le cose», senza porre limiti e recinti all’azione dello Spirito Santo e alla modalità della sua presenza nel mondo. Infatti «l’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile».

 

L’importanza dei piccoli gesti (n°16)   LEGGERE tutto il n° 16

 

I nemici della santità – cap 2

A questo punto il Papa decide di sottoporre all’attenzione di tutti due «nemici» della santità. Ancora una volta Francesco insiste sul pericolo del neo-gnosticismo e del neo-pelagianesimo. Sono gli stessi rischi messi in luce dalla recente Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Placuit Deo, indirizzata ai vescovi della Chiesa cattolica, su alcuni aspetti della salvezza cristiana.

Lo gnosticismo è una deriva ideologica e intellettualistica del cristianesimo, trasformato «in un’enciclopedia di astrazioni», secondo il quale, solo chi è capace di comprendere la profondità di una dottrina sarebbe da considerare un vero credente (cfr GE 37). Il Papa è molto duro al riguardo e parla di una religione «al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali» (GE 40) che allontanano dalla freschezza del Vangelo.

La santità ha a che fare con la carne. In un’omelia a Santa Marta il Papa aveva detto: «Il nostro atto di santità più grande è proprio nella carne del fratello e nella carne di Gesù Cristo. […]

Infatti, «le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi ci interrogano» (GE 44).

L’altro grande nemico della santità è il pelagianesimo, quell’atteggiamento che sottolinea in maniera esclusiva lo sforzo personale, come se la santità fosse frutto della volontà e non della grazia. Per Bergoglio, la santità personale è innanzitutto un processo compiuto da Dio che ci attende. Questa è la santità: «lasciare che il Signore ci scriva la nostra storia» (Omelia a Santa Marta, 17 dicembre 2013), «docilità allo Spirito Santo» (16 aprile 2013).

Francesco individua alcuni atteggiamenti concreti e ne fa l’elenco: «l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale» (GE 57).

Ne risulta un cristianesimo ossessivo, sommerso da norme e precetti, privo della sua «affascinante semplicità» (GE 58) e del suo sapore. Un cristianesimo che diventa una schiavitù, come san Tommaso d’Aquino ricordava, affermando che «i precetti aggiunti al Vangelo da parte della Chiesa devono esigersi con moderazione “per non rendere gravosa la vita ai fedeli!”» (GE 59).

 

Le Beatitudini – cap 3

Come si fa allora per arrivare a essere un buon cristiano? La risposta «è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini» (GE 63). Per Francesco, la contemplazione dei misteri della vita di Gesù, «come proponeva sant’Ignazio di Loyola, ci orienta a renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti» (GE 20). Va contemplata la vita di Cristo e va seguito il suo pratico «programma di santità» che sono le Beatitudini. Questa è la convizione di partenza che porta il Pontefice a concentrare sulle Beatitudini il capitolo centrale dell’Esortazione. «Poche parole, semplici parole, ma pratiche a tutti, perché il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla».

La Gaudete et exsultate si sofferma su ogni singola frase del testo evangelico delle Beatitudini, commentandola. Francesco presenta così una santità schiettamente evangelica, sine glossa e senza scuse. «Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze» (GE 97). E così rifugge da una spiritualità astratta, che separa la preghiera dall’azione o che al contrario appiattisce tutto nella dimensione mondana. E il Papa approfitta di questa occasione per ribadire «il nodo politico globale» – come lo ha definito – dei migranti, che purtroppo «alcuni cattolici» considerano come «un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica» (GE 102). È davvero rilevante che le migrazioni siano inserite come un tema primario in una Esortazione sulla santità.

 

Le caratteristiche della santità – cap 4

Nel quarto capitolo Francesco espone alcune caratteristiche della santità nel mondo contemporaneo. Sono in tutto «cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo che considero di particolare importanza a motivo di alcuni rischi e limiti della cultura di oggi» (GE 111)

La prima caratteristica ha i tratti della sopportazione, della pazienza e della mitezza. È necessario «lottare e stare in guardia davanti alle nostre inclinazioni aggressive ed egocentriche per non permettere che mettano radici» (GE 114). L’umiltà, che si raggiunge anche grazie alla sopportazione delle umiliazioni quotidiane, è una caratteristica del santo che ha un cuore «pacificato da Cristo, libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande» (GE 121).

La seconda caratteristica è la gioia e il senso dell’umorismo. Lasantità, infatti, «non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia». Anzi, «il malumore non è un segno di santità» (GE 126). Al contrario, «il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (GE 122). Il Signore «ci vuole positivi, grati e non troppo complicati» (GE 127).

La terza caratteristica è l’audacia e il fervore. Il riconoscere la nostra fragilità non deve spingerci a mancare di audacia. La santità vince le paure e i calcoli, la necessità di trovare luoghi sicuri. Francesco ne elenca alcuni: «individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (GE 134). Il santo non è un burocrate né un funzionario, ma una persona appassionata che non sa vivere nella «mediocrità tranquilla e anestetizzante» (GE 138). Il santo spiazza e sorprende (cfr ivi) perché sa che «Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere» (GE 135).

La quarta caratteristica è il cammino comunitario. Anzi, a volte la Chiesa «ha canonizzato intere comunità che hanno vissuto eroicamente il Vangelo o che hanno offerto a Dio la vita di tutti i loro membri» (GE 141), preparandosi insieme persino al martirio, come nel caso dei beati monaci trappisti di Tibhirine in Algeria (cfr GE 141). Per Francesco, la vita comunitaria preserva dalla «tendenza all’individualismo consumista che finisce per isolarci nella ricerca del benessere appartato dagli altri» (GE 146).

La quinta caratteristica è la preghiera costante. Il santo «ha bisogno di comunicare con Dio. È uno che non sopporta di soffocare nell’immanenza chiusa di questo mondo, e in mezzo ai suoi sforzi e al suo donarsi sospira per Dio, esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore» (GE 147) che non addomestica la potenza del volto di Cristo (cfr GE 151).

Ma il Papa precisa: «Non credo nella santità senza preghiera, anche se non si tratta necessariamente di lunghi momenti o di sentimenti intensi» (ivi). Egli mette, anzi, in guardia da «pregiudizi spiritualisti», che portano a pensare che «la preghiera dovrebbe essere una pura contemplazione di Dio, senza distrazioni, come se i nomi e i volti dei fratelli fossero un disturbo da evitare». E precisa: «essere santi non significa, pertanto, lustrarsi gli occhi in una presunta estasi» (GE 96). Al contrario, proprio l’intercessione e la preghiera di domanda sono gradite a Dio perché legate alla realtà della nostra vita.

In questo, Papa Francesco è discepolo di Ignazio, che cita implicitamente scrivendo: «Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione» (GE 26). Questo è l’ideale ignaziano, infatti, secondo la celebre formula di uno dei suoi primi compagni, il p. Jerónimo Nadal: essere simul in actione contemplativus. Le alternative quali «o Dio o il mondo» oppure «o Dio o il nulla» sono errate. Dio è all’opera nel mondo, è al lavoro per portarlo a compimento, perché il mondo sia pienamente in Dio. Nella preghiera si realizza il discernimento delle vie di santità che il Signore ci propone.

 

Una santità di lotta e di discernimento – cap 5

«La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita» (GE 158). Queste parole iniziali riassumono bene il senso dell’ultimo capitolo dell’Esortazione Gaudete et exsultate.

E, dunque, il Papa non riduce la lotta a una battaglia contro la mentalità mondana che «ci intontisce e ci rende mediocri», né a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni. Ognuno ha la sue, precisa Francesco: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie e così via. Essa è anche «una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male» (GE 159), e non è quindi solo «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea» (GE 161).

Il cammino della santità richiede che stiamo con «le lampade accese”.

 

Questa parte dell’esortazione apostolica è il suo cuore pulsante.

Per il Papa una vita santa non è semplicemente una vita virtuosa, nel senso che persegue le virtù in generale. Essa è tale, perché sa cogliere l’azione dello Spirito Santo e i suoi movimenti, e li segue.

In un contesto di continuo zapping esistenziale, «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (GE 167). Si potrebbe vivere persino uno zapping spirituale, diciamo così, se non si è condotti dal discernimento.

Questo dono è importante, perché ci permette di essere «capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere» (GE 169). Ancora una volta il Papa insiste sul fatto che questo si gioca nelle piccole cose di ogni giorno, «persino in ciò che sembra irrilevante, perché la magnanimità si rivela nelle cose semplici e quotidiane».

Papa Francesco conclude la sua riflessione sul discernimento con un paragrafo di particolare rilevanza e che sembra riassumere il senso del suo itinerario compiuto fino a questo momento: «Quando scrutiamo davanti a Dio le strade della vita, non ci sono spazi che restino esclusi. In tutti gli aspetti dell’esistenza possiamo continuare a crescere e offrire a Dio qualcosa di più, perfino in quelli nei quali sperimentiamo le difficoltà più forti. Ma occorre chiedere allo Spirito Santo che ci liberi e che scacci quella paura che ci porta a vietargli l’ingresso in alcuni aspetti della nostra vita. Colui che chiede tutto dà anche tutto, e non vuole entrare in noi per mutilare o indebolire, ma per dare pienezza. Questo ci fa vedere che il discernimento non è un’autoanalisi presuntuosa, una introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi verso il mistero di Dio, che ci aiuta a vivere la missione alla quale ci ha chiamato per il bene dei fratelli» (GE 175).

 

 

* * *

Francesco chiude Gaudete et exsultate rivolgendo il suo pensiero a Maria. Già agli inizi degli anni Ottanta Bergoglio vedeva la santità della Chiesa riflessa «nel volto di Maria, la senza peccato, la linda e pura», senza mai dimenticare che «nel suo seno raduna i figli di Eva, madre degli uomini peccatori». Maria è «la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna» da madre qual è: «A volte ci porta in braccio senza giudicarci. Conversare con lei ci consola, ci libera e ci santifica» (GE 176).

indietro
HTML 5 Valid CSS
Pagina caricata in: 0.021 secondi
Powered by Simplit CMS